Al ​​Gambero ​​Rosso

di Daniele Cernilli 14/11/16
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Al​​Gambero​​Rosso

Ci sono complessi musicali che pur mantenendo il loro nome non annoverano più fra i componenti i vecchi fondatori. Il prossimo 16 dicembre il Gambero Rosso festeggerà i suoi primi trent’anni di vita e nessuno di coloro che allora c’era, nel lontano 1986, fa ancora parte della compagine. Stefano Bonilli, che è scomparso due anni fa, il sottoscritto e anche Cristina Barbagli, che all’epoca fu una delle colonne portanti dell’impresa. Allora, per ricordare, mi permetto di pubblicare uno stralcio da “Memorie di un assaggiatore di vini” che scrissi per Einaudi nel 2006, quando invece eravamo ancora tutti lì. Il testo ebbe anche l’approvazione di Bonilli e credo si possa considerare a tutti gli effetti la vera storia di come andarono le cose.

“Tra il lavoro di insegnante a scuola, i corsi di degustazione dell’Associazione Italiana Sommelier dove ero docente fin dal 1980 e le collaborazioni a qualche rivista non me la passavo tanto male. Però la grande occasione doveva ancora capitare. Non si trattava tanto di fare successo o quattrini, era solo la voglia di poter dire la mia in un settore dove pensavo, allora sbagliando, di avere la materia sulla punta delle dita. Un giorno del novembre 1986 mi arrivò a casa una telefonata. Era Stefano Bonilli, ex giornalista e giovane promessa del Manifesto, famosissimo quotidiano comunista, di recente aveva dovuto abbandonare la Rai con tutta la redazione di “Di Tasca Nostra”, programma televisivo di difesa dei consumatori condotto da Tito Cortese. che venne chiuso in seguito ad una causa intentata da una nota azienda di prodotti alimentari che non aveva gradito gli esiti di un test:  Bonilli era tornato ai vecchi amori ed aveva proposto proprio ai responsabili del quotidiano dove aveva lavorato per quasi quindici anni di realizzare un inserto mensile di consumi. La risposta da parte dei responsabili del giornale fu di far pure, ma che la cosa non doveva costare nulla al giornale. Lui si mise all’opera. Del resto  non era nuovo al mondo dell’enogastronomia. Aveva frequentato a lungo il ristorante di Peppino e Mirella Cantarelli, a Samboseto, vicino Parma, che è stato forse il primo a proporre materie prime di livello eccezionale, preparazioni semplici e una selezione di vini stellare. A questo proposito fece scalpore proprio una suo articolo dal titolo “Discutendo con Cantarelli” apparso sul Manifesto negli anni Settanta, che rifaceva un po’ il verso ad un’intervista che Rossana Rossanda, fondatrice e “maitresse à pensér” del giornale aveva intitolato “Discutendo con Althusser”. Il paragone era apparso irrispettoso. Mettere sullo stesso piano uno dei più famosi pensatori marxisti ed il culatello di Zibello non piacque a tutti, insomma. Ma stavolta poteva davvero prendersi una rivincita e si mise al lavoro. Contattò per il progetto grafico Piergiorgio Maoloni, un genio nel settore, purtroppo scomparso di recente, e mise su un piccolo gruppo di collaboratori. Fra loro c’erano Cristina Barbagli, biologa nutrizionista, grande esperta in test comparativi sugli alimenti, ed Edoardo Raspelli, grintoso critico gastronomico milanese, terrore dei ristoratori per i suoi talvolta sferzanti giudizi.

Mancava un esperto di vino. Proprio Raspelli, che mi aveva conosciuto qualche anno addietro, suggerì a Bonilli di contattarmi e lui così fece. Il nome, inizialmente “Al Gambero Rosso”, derivò da tre ragioni fondamentali. Era l’osteria dove Pinocchio viene truffato dal Gatto e dalla Volpe, la nostra pubblicazione voleva porsi a difesa del consumatore e quindi di tutti i Pinocchi possibili. Era il nome più diffuso fra i ristoranti e le trattorie italiane, e noi avremmo trattato anche di quegli argomenti. Era un momento difficile per la sinistra italiana che andava indietro nelle elezioni proprio come un gambero e noi uscivamo sul Manifesto. 

L’avventura del Gambero Rosso cominciò esattamente in quel modo. La prima redazione era in via Tomacelli. Dove ancora oggi c’è il Manifesto, e consisteva in mezza scrivania che Bonilli divideva con un altro redattore:  poteva usare la sedia ed il telefono, ma non la macchina da scrivere. Questa era su un tavolino dove non c’era la sedia, e per scrivere mettevamo gli elenchi del telefono uno su l’altro per poterci sedere. Bonilli possedeva una Fiat Uno 45 S carta da zucchero, che in seguito mi vendette, io avevo una Panda 30 Bordeaux, più per darmi delle arie da esperto di vino che per l’effettivo apprezzamento del colore. Entrambi avevamo ben poco danaro e molte speranze. Così ci buttammo con passione nel lavoro. Io conoscevo il Manifesto solo per averlo letto qualche volta da studente, e non potevo prevedere che l’uscita su quel quotidiano di un inserto che si occupava di cibo e di vino potesse suscitare il vespaio che ne seguì. Intanto c’è da dire che non era affatto vero che tutti i lettori di quel quotidiano fossero allineati e coperti con la sua linea politica. Il Manifesto era ed è letto da tutto il mondo politico, da buona parte di quello economico e finanziario e poi anche da tanta gente di sinistra che non era per niente scandalizzata di leggere ciò che scrivevamo. Per di più c’era allora una collaborazione molto stretta con la nascente Arcigola, oggi Slow Food, e con il suo carismatico ideatore Carlin Petrini.

Il vino è sempre stato uno degli argomenti centrali del Gambero Rosso fin dai suoi primissimi numeri. Ricordo che fummo i primi a proporre in Italia le valutazioni in centesimi, come si faceva negli Stati Uniti. Poi, nella primavera dell’87, durante una riunione nella sede di Arcigola, a Bra, ci venne l’idea di realizzare una vera e propria guida ai vini italiani: C’erano Carlo Petrini e Gigi Piumatti per Arcigola, il sottoscritto e Bonilli per il Gambero Rosso. Il Bolaffi di Veronelli non usciva più da qualche anno e non esisteva in quel momento una pubblicazione che ne prendesse il testimone. Così iniziammo. I vini dovevano essere classificati e c’era bisogno di un sistema di punteggio. Valutare in centesimi ci sembrò troppo difficile e discutibile. Allora mi venne un’idea. Con una bottiglia si riescono a servire sei bicchieri di vino, in media, ed è molto triste, oltre che poco salubre, bersela da soli. Una bottiglia si beve almeno in due persone, e se il vino è molto buono, allora si finisce. E si bevono tre bicchieri a testa. Bene, i vini migliori dovevano perciò avere il punteggio di tre bicchieri, due quelli un po’ meno buoni, uno quelli che vale la pena almeno provare, nessuno per quelli che ci convincevano poco. Sembrava un giochino, eppure quel sistema di valutazione, forse proprio per la sua immediatezza e la sua semplicità, ebbe un successo travolgente, tanto che oggi il termine “tre bicchieri” o “vino da tre bicchieri”è entrato nei modi di dire di moltissimi appassionati e non solo in Italia. Che vuol dire avere insegnato alle scuole medie…..

All’inizio Vini d’Italia, quello era il nome della guida, fece scalpore più per il fatto che un gruppo di persone che scrivevano sul Manifesto si occupavano di vini di qualità. Poi, piano piano, crebbe come credibilità e come diffusione, e in quasi vent’anni è diventata la pubblicazione di riferimento nel mondo del vino italiano. Attualmente se ne vendono quasi 150mila copie fra le versioni italiana, tedesca e inglese. Va regolarmente ai primi posti delle classifiche di vendita quando esce ed è il libro sul vino italiano più diffuso al mondo. Farlo ogni anno non è facile. I vini cambiano, gli andamenti vendemmiali sono diversi, perciò va riscritto completamente ogni volta, ed ogni volta è necessario investire almeno cinque mesi per eseguire tutte le degustazioni e per poter valutare ormai più di 15mila etichette. Un lavoro immane, reso possibile dall’impegno di oltre cento collaboratori, coordinati dal sottoscritto e da Gigi Piumatti di Slow Food. Questo perché la vera rivoluzione della guida è stata quella di aver costituito delle commissioni di assaggio in tutta Italia, senza che ci fosse una sola o poche persone a prendersi l’onere della valutazione.”





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