1971: introduzione alle sbicchierate a tema di Vinogodi

di Vinogodi 28/01/21
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1971: introduzione alle sbicchierate a tema di Vinogodi

Spinto dall’editoriale C’era una volta il 1971, Vinogodi racconta il 1971 dal suo punto di vista e, da domani, con le sue degustazioni.

Tutto è iniziato con l’articolo rievocativo del nostro DoctorWine Daniele Cernilli C’era una volta il 1971… avendo età simile, i ricordi erano tornati alla mente con grande nostalgia e quell’articolo fu di grande stimolo per una riapertura mirata dei vini ancora conservati gelosamente in cantinetta. Eravamo in pieno lockdown (il primo) e decisi, approfittando del forzato eremo casalingo, di aprirne con la famiglia una al giorno, pensando e sperando che quel periodo fosse breve.

La 1971 è stata per me la prima, grande annata “autonoma” dove la passione adolescenziale montava irrefrenabile, dove le paghette non erano sufficienti a pagarsi le meraviglie enologiche dell’epoca, quindi gioco forza cimentarsi in lavoretti estivi post annata liceale per potersele permettere. 

Ricordo le guide “spirituali” dell’epoca, venuto a mancare il nonno dispensatore di consigli e di cantina smisurata per l’epoca, frutto dei suoi viaggi ed amicizie con produttori, importatori ristoratori: guide spirituali che lo sostituirono appieno, prendendomi sotto la loro esperta ala protettrice, facilitandomi negli acquisti con occhio benevolo, consigliandomi, mettendomi da parte bottiglie considerate allora rarità e producendomi sconti paurosi pur di accondiscendere quella passione così anomala per ragazzo della mia età: il povero Bruno Fontana (dell’omonima enoteca ancora oggi presente a Parma e gestita dai figli) e i celebri fratelli Dioni, con la più straordinaria collezione di vini mai apparsa in Emilia Romagna, enologi e palati sopraffini che contribuirono non poco a farmi crescere eno-intellettualmente. 

Allora non c’era varietà internazionale come oggi. Erano agli inizi i Supertuscan, i primi esperimenti nella barrique, come Sassicaia e Tignanello, ma anche Vigorello. La Langa si stava affrancando dal triste destino di conferitori d’uva, tanto da creare una generazione di vigneron che solo nel recentissimo passato è assurta alla gloria che si merita. A livello internazionale, solo Bordeaux aveva rinomanza mondiale ed assoluta: la Borgogna era ancora “in fasce” e regno dei négociant, la “vera” Borgogna è esplosa solo dagli anni Novanta, la Loira non la conosceva nessuno e lo Champagne era ostaggio di ciò che si trovava nei negozi specializzati che rivaleggiavano con gli scaffali della emergente Grande Distribuzione Organizzata: pochissime cuvée de prestige (Dom Perignon, Cristal e Grande Dame) e via con le immense, quantitativamente, basi delle maison che inondavano un mercato ancora relativamente recettivo con proposte solo apparentemente alla portata di chi voleva festeggiare. 

Anche alcune letture dell’epoca, matte ed appassionatissime, mi regalavano gioia e desiderio di approfondimento: i cataloghi di Veronelli, i mensili Vini e Liquori e Civiltà del Bere, il mondo Ais con l’eccentrico amico Tommasi Marchi (amico del nonno), i Cento Vini d’Italia di Adriano Ravegnani e poco altro… E allora, selettivamente, grandissime quantità di Chianti e Chianti Classico, Barolo e Barbaresco come non ci fosse un domani, Bordeaux e poco altro. 

Tornando al mitico 1971, come già scritto fu la vera, grande prima annata dove mi cimentai con l’acquisto, rimanendo incantato dalla qualità che ne scaturiva. 

Seguitemi domani, venerdì 29, in Chianti, mercoledì 3 a Montalcino, giovedì 4 in Langa e, per finire, mercoledì 10 a volo d'uccello nel resto del mondo. 

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C’era una volta il 1971 18/05/2020 Daniele Cernilli Signed DW




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