Una premessa: la Valtellina

di Francesco Annibali 03/03/15
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Una premessa: la Valtellina

46 gradi di latitudine non sono pochi, per fare vino. Specie se ci si trova nel bel mezzo delle Alpi. Specie se quello che si vuole ottenere è un vino rosso. Ma si sa, in viticoltura spesso le cose migliori provengono dai luoghi estremi. E la Valtellina, la Valle dei Tigli, conferma la regola come meglio non si potrebbe. Qui a farla da protagonista è il nebbiolo, in loco chiamato ‘chiavennasca’, nome ereditato dalla attigua val Chiavenna.

Nonostante la comune base ampelografica, la Valtellina non ha conosciuto il successo mediatico che ha travolto le Langhe negli ultimi venti anni, né la rinascita di interesse che da un po' di tempo vede protagonisti i nebbiolo del nord Piemonte (Boca e Gattinara su tutti). Un paio i motivi, correlati: l’elevato numero di conferitori che portano uve alle cooperative e alla Nino Negri, che è l’azienda di gran lunga più grande della Valle, e il conseguente esiguo numero di piccoli produttori di qualità, che sono i soggetti più ricercati dagli appassionati del vino.

Ma i presupposti per entrare dritta nel cuore la Valtellina li possiede tutti. A partire dagli spettacolari terrazzamenti, riconducibili all’epoca romana o quantomeno longobarda, se non addirittura pre-romana, in quanto i primi abitanti della valle furono i Liguri. Ai quali seguirono gli Etruschi: ed entrambi i popoli conoscevano la coltura della vite. Una coltura che venne proseguita dai Romani e, successivamente, dai monaci benedettini. Ma di certo il grande impulso viticolo alla Valtellina fu dato dagli svizzeri della Lega Grigia, la regione elvetica che oggi è chiamata Cantone Grigioni. Per quasi tre secoli, dal 1550 al 1797, la Valtellina fu territorio grigionese e i primi commerci di esportazione di vino furono conseguenza dei rapporti economici che la Lega Grigia intratteneva con le corti del centro e nord Europa. E’soprattutto di quei secoli la fama dei vini della Valtellina che, anche successivamente, continuarono a viaggiare verso il nord. E anche oggi quello con la Svizzera è un legame profondo, che oltrepassa le mere ragioni commerciali. Un legame sociale e culturale.

Il sistema dei terrazzamenti 

Come si accennava, la caratteristica preminente del vigneto valtellinese, che si sviluppa senza soluzione di continuità in direzione est-ovest lungo la riva destra del fiume Adda, con una perfetta esposizione a mezzogiorno, è il sistema dei terrazzamenti, metodo di dissodamento degli acclivi montani indispensabile a recuperare allo sfruttamento agricolo le costiere pedemontane, nonché ad evitare il rischio delle frequenti inondazioni. Una miriade di muri a secco, fatti in sasso, a sostenere i ronchi vitati, con costi di mantenimento altissimi. Oltre a permettere l’agricoltura, il terrazzamento trasmette il fascino paesaggistico del territorio, è un importante elemento di salvaguardia delle falde. E testimonia un lavoro tremendo.

Riparata dalle correnti nordiche grazie al Monte Bernina, la Valle gode della mitezza climatica data dal vicino lago di Como. Ma di viticoltura montanara, e di enorme difficoltà, si parla. Ma quello che è un limite imposto dalla conformazione del territorio diventa, con un grande sforzo comunicativo oltre che produttivo, un elemento di attrazione. Sono infatti fuori discussione la bellezza e l’unicità insite in un paesaggio terrazzato, dove la viticoltura ha una valenza paesaggistica e culturale che si spinge oltre l’aspetto puramente produttivo. E con protagonista un “nebbiolo di montagna” capace di raggiungere picchi di finezza olfattiva da brivido.

La chiavennasca sforzata sui graticci 

È qui, in terrazzamenti ripidissimi esposti a sud, che la chiavennasca si traduce in risultati straordinari, piccoli cru come Inferno e Sassella, e un passito secco, lo Sfursat: il vino che viene fatto ‘sforzare’, ovvero asciugare, sui graticci. Un vino che vuole uve mature ma non surmature, provenienti dalle zone meno calde, quindi dai vigneti collocati alle altitudini maggiori. I vigneti più bassi già determinano, per loro caratteristica, vini più strutturati ed alcolici. Per questo motivo le aziende utilizzano spesso per lo Sfursat le uve delle zone più alte delle sottozone, come Grumello e Valgella. E un vino che richiede un lievito dotato di elevato potere alcoligeno, quindi in grado di portare il vino a secco.

Verrebbe automatico leggere lo Sfursat, passito di nebbiolo, come il punto d’incontro tra Barolo e Amarone, ma, bicchiere alla mano, si tratta di un vino con un stile proprio, certamente ricco, ma senza la carnosità e il calore della Valpolicella, e con note olfattive inequivocabilmente nebbioleggianti. Anche se irresistibilmente femminili. E una purezza tutta montanara.

Ma cosa è lo Sfursat? Il vino delle feste? Una dimostrazione della grandezza del Valtellina? Una introduzione lussuosa e facilitata al territorio? Una pratica antica per concentrare le uve in anni difficoltosi?

Lo Sfursat nasce in Valtellina in un contesto socio-economico dove la viticoltura era una fonte di sostentamento per la famiglia: un contesto di povertà, in cui tecniche come il diradamento non appartenevano al gergo viticolo dell’epoca e pertanto l’appassimento era l’unica possibilità, soprattutto in talune vendemmie, per dare vita ad un vino di qualità e struttura superiori. Fino al secolo scorso, lo Sfursat era dunque appannaggio quasi esclusivo delle famiglie più agiate, che potevano permettersi una minor resa in vino a beneficio di un prodotto particolare per celebrare le feste. Oggi lo scenario è completamente cambiato e si può produrre un vino di grande qualità anche prescindendo dalla tecnica dell’appassimento, anche se l’appassimento resta una strada maestra per arrivare a produrre un grande vino.





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