Barolo Grasso, la Ginestra nel cerchio quadrato (1)

di Francesco Annibali 15/11/16
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Barolo Grasso, la Ginestra nel cerchio quadrato (1)

Aprendo una cartina dettagliata delle vigne del Barolo e concentrandosi sull’angolo in basso a destra, il sud est della denominazione insomma, l’appassionato può dilettarsi leggendo una sfilza di nomi da fare tremare i polsi.

Falletto e Vignarionda, Francia, Ornato e Castelletto, e molti altri. Tutte confinanti o molto vicine. E tutte situate ad oriente della grande vigna della Bussia, che dall’abitato di Monforte si allunga in direzione nord fino al cuore di questa denominazione eccezionale.

La vigna Ginestra se ne sta proprio in mezzo a questo angolo immaginario.

Un centinaio di ettari tra i 300 e i 500 metri di altitudine, esposti prevalentemente a sud e sud est, dove a farla da padrone è ovviamente il nebbiolo, che qui, sui terreni fortemente calcarei, dal ph elevato, tipici del Barolo, dà il meglio di sé (insieme al ‘cugino’ Barbaresco, ad alcune zone del nord della regione – Gattinara in primis – e alla Valtellina).

Facile diventare famosi con un nome di un fiore bello come ‘Ginestra’, direte. Ancora più facile se questa vigna può contare su vignaioli entrati nel mito.

Un cru interpretato, tra gli altri, da Domenico Clerico dell’azienda omonima, da Claudio Conterno e Guido Fantino della azienda Conterno-Fantino, con versioni tenebrose (il primo) e di impostazione ricca e fruttata (il secondo). Poi ci sono produttori che da sempre cercano – riuscendoci – a modellare la Ginestra in maniera tendenzialmente elegante. Tra questi ultimi, Elio Grasso è senza dubbio in pole position.

Affiancato dai figli, Gianluca in primis, Elio abbandonò un lavoro stabile a Torino negli anni Settanta per fare grandi vini.

Il suo Barolo Ginestra Casa Matéè da una ventina di anni stabilmente una delle etichette più ricercate dell’intera denominazione.


DoctorWine: Gianluca ed Elio, ci descrivete la vostra azienda?

Elio Grasso: I vigneti della Ginestra sono di proprietà della nostra famiglia da sempre. Costituiscono il patrimonio della nostra azienda in un’area che è sempre stata considerata ad alta vocazione: consideri che già nel 1895 l’agronomo Lorenzo Fantini nella sua monografia sulla viticoltura e l’enologia della provincia di Cuneo classificò la collina della Ginestra come “posizione sceltissima”.

Agli inizi degli anni Ottanta abbiamo deciso di tornare alle origini. Consapevoli, come viticoltori, che il nostro lavoro non finisce in fondo al filare. Questo non significa pretendere di dover inventare qualcosa, ma semplicemente limitarsi a rispettare, senza chiusure mentali, il meglio della tradizione ed il lavoro di chi ci ha preceduto.

DW: Una politica dei piccoli passi.

EG: Esatto. Che è cominciata con progressivi reimpianti di nebbiolo, barbera e dolcetto e, dal 1986, anche con l’impianto di un piccolo appezzamento di uva non autoctona, lo chardonnay, “educandola” ad essere espressione del terroir in cui è stata introdotta.

DW: Un approccio al vino squisitamente agronomico, tipico di questa zona, insomma.

EG: È la cosa della quale andiamo maggiormente fieri. L’essere riconosciuti prima come contadini e poi come produttori pensiamo sia il modo migliore di onorare e continuare il lavoro di chi prima di noi ha affrontato le difficoltà che si possono incontrare lavorando con la natura e con un prodotto qual è il vino. In conseguenza di quanto sopra e per coerenza, la nostra famiglia vuole evidenziare, senza presunzione, quei convincimenti e modi di essere di tutte le famiglie contadine di Langa, tratti caratteristici che vanno conservati e che fanno la differenza.


DW: Mi accennava alla Ginestra.

EG: È una vigna veramente eccezionale, nutrita da un terreno calcareo-franco-argilloso, con ph sub-alcalino, che gode di un’esposizione sud/sud-est. Il tutto in media a circa 300 mt. di altitudine. La forma di allevamento è quella tradizionale di zona: un guyot con circa 4500 piante per ettaro, con una controspalliera alta, a 210 cm. da terra. L’età media delle piante è di circa 40 anni.

DW: Bicchiere alla mano, quali sono le peculiarità del nebbiolo della Ginestra, in particolare rispetto agli altri grandi vigneti vicini (Mosconi, Boscareto, Castelletto)?

EG: Non mi permetto di fare un discorso generale sulla Ginestra. Il nostro Ginestra si identifica per un aspetto olfattivo-gustativo elegante e armonico, ma nel contempo strutturato e longevo. Inoltre il patrimonio polifenolico ricco, fa sì che il vino abbia una notevole longevità, unita a una significativa tenuta di colore. La longevitàè una caratteristica tipica di tutti i vini di Monforte, mentre l’eleganza e l’equilibrio penso siano il marchio della Ginestra.

DW: Venti anni fa la zona fu ‘lacerata’ da una contrapposizione tra tradizionalisti e modernisti che sembrava inconciliabile. Un muro contro muro unico nel mondo del vino, molto diverso dall’evoluzione stilistica avvenuta ad esempio in Borgogna, dove i mutamenti in vigna e cantina sono avvenuti in maniera più armonica. Visto da fuori quel periodo sembra acqua passata.

EG: A mio avviso reputo che la suddivisione tra tradizionalisti e modernisti non sia più rispondente alla realtà enologica del momento, in quanto, forse, oggigiorno un uso corretto del legno, sia questo botte o barrique, ha permesso al vino di esprimersi al meglio e di non farsi soverchiare dal carattere legnoso del recipiente, sia questo nuovo o vecchio. Quindi si può parlare di un’enologia più consapevole e attenta al prodotto, più che di mode passate o future. Sempre più vini parlano il linguaggio della terra e non della cantina.

A domani, per la seconda parte della nostra intervista e la verticale del Barolo Ginestra





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