Una vigna a Bel Air

di Daniele Cernilli 25/07/14
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Una vigna a Bel Air

La notizia più stravagante nel mondo del vino dell'ultimo anno è l’acquisto da parte di Rupert Murdoch della Moraga Vineyards per 29,5 milioni di dollari. Di per sé non sembrerebbe una cosa tanto particolare. Di personaggi del mondo della finanza o dello spettacolo e persino della politica che comprano aziende vitivinicole ce ne sono stati in passato molti e ce ne saranno parecchi nel futuro. La cosa che ha fatto parlare i media di mezzo mondo è che Moraga Vineyards non è una comune cantina californiana. Non solo perché non si trova in Napa Valley ma nell’area di Los Angeles, ma soprattutto perché quell’area è nientemeno che la collina di Bel Air, quella dove sorgono le più belle ville del mondo, di proprietà di attori, registi, come Spielberg, ed anche plurimilionari. Murdoch l’ha acquistata da Tom Jones, che non è il cantante inglese, ma un ex CEO della Northrup Corporation per trent’anni, tanto per capirsi si tratta di un’industria di progettazione aeronautica che, fra le altre cose, realizzò il sistema Stealth, quello degli aerei da caccia invisibili ai radar. Prima di lui e di sua moglie Ruth, che la comprò nel 1959, la proprietà era del regista Victor Fleming, ma la parte vitivinicola venne dopo e fu tutta opera di Jones. Iniziò verso la fine degli anni Ottanta, acquistando le ville intorno alla sua, nel Moraga Canyon, le rase al suolo, ricavandone circa sei ettari di terreno adatto alla coltivazione della vite. Vigneti terrazzati, prevalentemente piantati con varietà a bacca rossa, come il cabernet sauvignon, il merlot, il petit verdot ed il cabernet franc, ma anche con un po’ di sauvignon blanc. Tutti vitigni di origine bordolese, quindi, che sono comuni a diverse altre zone della California, ma piantati in una zona così particolare come la collina di Bel Air, con il Guggenheim Museum di fronte.

Un luogo davvero insolito per produrre vino, che ho avuto la fortuna di poter visitare alcuni anni fa per i buoni uffici di Piero Selvaggio, famosissimo ristoratore di Santa Monica, proprietario del leggendario Valentino, e di Steve Wallace, altrettanto famoso proprietario dell’enoteca Wally’s, sempre a Santa Monica. Ricordo che entrammo dopo esserci fatti adeguatamente annunciare, e ci trovammo a varcare un grande cancello che si apriva su un muro abbastanza alto da non permettere di vedere cosa c’era dall’altra parte. Da fuori sembrava una classica villa di Bel Air, insomma. Ma dietro tutto questo si apriva un panorama incredibile, fatto di uno splendido giardino provenzale e di una serie di vigneti da meno di un ettaro l’uno, tutti terrazzati e tutti raggiungibili con viottoli lastricati perfettamente. Jones era piuttosto anziano ed aveva qualche problema a muoversi, ma voleva poter raggiungere le sue vigne con la massima facilità possibile per controllare di persona l’andamento delle maturazioni e la vendemmia.

Tutto era partito nel 1989 con la raccolta delle uve rosse, mentre per il primo bianco, che deriva da vigneti realizzati in seguito, si dovette attendere il 1998. Il primo winemaker fu Tony Soter, uno dei nomi storici dell’enologia californiana, consulente della famosissima Etude e soprannomimato Doctor Cab per la sua familiarità col cabernet. A lui succedette Scott Rich e fu lui, insieme a Tom Jones, che incontrai lì. Devo essere sembrato loro uno strano personaggio, almeno inizialmente, perché rimasi semplicemente a bocca aperta nel vedere uno spettacolo del genere, del tutto inatteso e imprevedibile. A un paio di miglia da Rodeo Drive, il cuore commerciale di Beverly Hills, c’era un’azienda agricola, vitivinicola, che produceva vini venduti, tra l’altro, a 125 dollari la bottiglia nelle migliori enoteche di Los Angeles. Neanche il paragone con i grandi Chateaux di Pessac, Haut-Brion in testa, poteva reggere il confronto. Perché anche se si trovano nella periferia sud-occidentale di Bordeaux, non sono circondati dalle ville di magnati miliardari e non si trovano nel bel mezzo di un’area urbanizzata che ospita quasi dieci milioni di abitanti. I vini, poi, erano davvero molto diversi.

Il Moraga Red , che ho assaggiato in un paio di versioni, 2007 e 2008  di recente, somiglia più a un rosso mediterraneo, magari ad un Bolgheri Superiore come Ornellaia, cosa assolutamente logica se si tiene presente il clima della California meridionale. Colore rubino molto intenso, note di spezie, di tabacco, di cassis e di amarena al naso. Sapore morbido e caldo, con i tannini appena accennati e ben tamponati da un’alcolicità da grande rosso del Sud. La versione del 2008 poteva apparire meno intensa, visto l’andamento stagionale non brillantissimo, ma le differenze non erano poi così marcate.

Il Moraga Sauvignon blanc 2010 , invece, era un vino delicato, elegante, dove le note tipiche del vitigno, se coltivato in aree non troppo nordiche, venivano fuori bene: Perciò i profumi ricordavano la frutta esotica, il passion fruit in particolare, e i fiori di jacaranda, che da quelle parti sono molto comuni, rendendolo particolarmente coerente con ciò che l’immaginario collettivo ritiene debba essere un bianco californiano. Esotico quanto basta, corposo quanto basta, ma profumato e morbido. Soprattutto adatto ad abbinare la cucina di lì, la famosa fusion cuisine inventata da grandi chef come Nobu Matsuisha, che proprio a Ventura Boulevard con un piccolo sushi bar ha iniziato il suo trionfale percorso. O come Wolfgang Puck, mitico e famosissimo proprietario di Spago e di una miriade di altri ristoranti in tutti gli Stati Uniti. Senza dimenticare il “nostro” Piero Selvaggio, che ha fatto di Valentino un locale noto nel mondo, forse il più geniale fra quelli italiani nati all’estero.

Ora Tom Jones ha ceduto il suo piccolo sogno. Quasi 30 milioni di dollari per un’azienda con appena sei ettari di vigneto sembrerebbe un prezzo folle. Ma se c’è una cosa che Murdoch sa fare sono gli affari, e sei ettari a Bel Air non hanno prezzo. La speranza è che continui a far vino, per pura passione, come è stato per Tom e Ruth Jones. Sarebbe una buona notizia il fatto che un grande personaggio dei nostri tempi come lui entri nel piccolo mondo dei produttori di vino di qualità. Avere un buon rapporto con i vigneti è qualcosa che fa necessariamente tenere i piedi per terra, ed anche solo questo contribuirebbe a rendere più umana la sua figura di grande imprenditore.





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