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Autori vari| Pubblicato in DoctorWine N°31
Paesaggio culturale
di Giuseppe Mazzocolin 19-05-2012

Ciò che mi ha sùbito favorevolmente impressionato è il linguaggio meditato e riflessivo che ispira il comune sentire dei firmatari del Manifesto delle Diversità (www.sangioveseperamico.com).
Affisso all'interno del loro stand, in italiano e in inglese per attirare l'attenzione del vasto e variegato pubblico del Vinitaly, campeggiava, con i suoi caratteri ben leggibili, come fondale di uno spazio condiviso da quattro valorosi viticoltori.
Ne consiglio vivamente la lettura e, possibilmente, una rilettura attenta, soppesando ad una ad una le parole che, naturalmente, acquistano il loro pieno significato perché giusta è l'intenzione che le ispira.
Voler dare senso alle parole, in un momento in cui sembra quasi lo stiano perdendo, non è cosa che può passare inosservata. La parola, sempre, è presupposto e fondamento di ogni relazione umana.

In un'epoca determinata da irreversibili processi di globalizzazione, il “Tempo del Viticoltore”, parafrasando Le Goff, non è quello delle mode che “sorgono e passano”, perché è intrinsecamente inadeguato ad adattarsi alla velocità dei cambiamenti in atto.
Vi è un limite oggettivo che nel testo si afferma con sintetica precisione: “in viticoltura il tempo scorre lento e nessuno può modificarlo per adattarlo alle supposte preferenze del cliente”.
La storia dei grandi cru è centrata, ab origine, sulle amorevoli cure dei benedettini (ma anche degli agricoltori dell'antica letteratura latina) e dei vignerons che ne hanno ereditato i saperi. Anche il tempo del mercante avveduto è necessariamente quello dell'attesa e del rispetto (sia pure interessato) del lavoro a contratto ad meliorandum, come si diceva anticamente, cioè per migliorare la superficie coltivata.
Quanto mai opportuno è così il richiamo ai “riferimenti forti che rendono capace la viticoltura di farsi riconoscere e di affermarsi” nonostante “le debolezze preoccupanti delle Denominazioni” (ma io direi anche a favore delle stesse Denominazioni, se disposte a rinnovarsi).
La zonazione in primis che definisce “criteri e valori legati alle diversità e alle peculiarità della geologia, del suolo, del clima e dell'ambiente in generale, flora e fauna comprese”.

Con lo studio e l’approfondimento di questi elementi e di queste diversità, viene compreso e riconosciuto il carattere, lo stile, l'unicità di un vino. Ed ecco la parola magica francese (terroir) che in questo caso viene usata assolutamente a proposito. Ma non solo per l'evidenza delle idee espresse fin'ora. E' il riconoscimento che “libera l'uomo dal disagio della propria minorità autoinflitta” frutto di “una visione di una realtà appiattita e indistinta”.
E' la gioia di vedere espresso un vino che “racconta il sentimento della proprio identità”. E’ il sentimento di “muto stupore” che, nella felice e bella citazione di Immanuel Kant, permea il vino e lo spirito di questi amici “non più semplici produttori e venditori di qualche bottiglia”.
Ecco allora che la dichiarazione finale, in accordo - secondo me - con i Vignerons d'Europe, esprime l'impegno personale e l'assunzione di responsabilità di Caroline, di Stella, di Francesco e di Jan-Hendrik: “Siamo (vogliamo essere) quelli che contribuiscono a creare, coltivare e mantenere vivo questo paesaggio culturale”.
E' l'aspetto inedito di questo Manifesto: un'intuizione stupenda perché non è la “cultura” (parola consunta che serve a occultare o a esorcizzare la paura del vuoto e del non senso che ci circonda), ma è il “paesaggio culturale”, cioè un'entità viva, fatta di relazioni di cura, di amicizia e di amore per la terra che questi vignaioli testimoniano nel loro lavoro.

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