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Firmato DW | Pubblicato in DoctorWine N°191

La colonizzazione culturale

di Daniele Cernilli 02-01-2017

Secondo voi esiste una giustificazione al fatto che il più caro dei vini francesi , che è il Romanée Conti, possa arrivare a costare oltre 10 mila euro la bottiglia e nessun vino italiano riesca a superare la soglia dei mille euro? Oppure che il Sassicaia si trovi sullo scaffale delle enoteche a 200 euro, o giù di lì, e uno Chateau Lafite possa sfiorare i duemila? I vini top francesi sono davvero dieci volte più buoni dei nostri? È ovvio che la risposta è no, non lo sono, e se andiamo ad analizzare la qualità intrinseca, il valore organolettico, il gap può anche starci ma è sensibilmente più limitato. Quello che cambia è la qualità percepita, ed è quest’ultima che determina il valore di ogni vino.

Non il prezzo più conveniente, almeno in questi ambiti, non il sapore, né i profumi complessi e raffinati, ma la percezione di qualità in senso lato. L’esclusività, l’eleganza, l’immagine, il prezzo elevato. Aspetti che poi si trasportano magicamente su quella di chi sceglie quei vini per i propri consumi o per offrirli ad amici od ospiti. Come per dire “se io bevo quei vini sono automaticamente ricco, raffinato e faccio un figurone”. E se quei vini sono quasi sempre francesi, ciò dipende dal fatto che loro hanno operato negli ultimi cent’anni una colonizzazione culturale mondiale, più che tecnica, raccontandosi come produttori esclusivi, legati a concetti di tradizione e di qualità, e pur essendo straordinari sotto il profilo economico e commerciale, fanno passare in secondo piano queste abilità indiscutibili parlando di altro. Il tutto puntando sul fatto di far sentire migliori, più raffinati e “conoscitori”, di vino ma anche di come si sta al mondo, tutti coloro che bevono e diventano esperti di quei vini.

E noi? Noi siamo più diretti, più individualisti e meno raffinati. Abbiamo zone e produttori che provano a capire la lezione dei francesi, il Langa soprattutto, in parte a Montalcino, nei desiderata in Franciacorta. Ma ancora non riusciamo a colonizzare culturalmente se non in modo casuale, incostante, molto legato alla straordinaria presenza di ristorazione italiana dovunque nel mondo. Soprattutto abbiamo a che fare con un mondo della politica superficiale e che nei fatti non ha mai considerato come una concreta chance l’enogastronomia, e questo al di là dei soliti discorsi che si sentono fare, pieni di nulla e della parola “eccellenze”. Ma per colonizzare ci vuol altro che “quindici milioni di baionette”. Ci vuole competenza, capacità commerciale, reali sinergie. La lucidità che porta a considerare i vini di prezzo elevato come dei biglietti da visita che consentono poi di veicolare anche tutto il resto, creando immagine e qualità diffusa. Infine, l’efficacia nel comunicare a persone che non necessariamente conoscono i più piccoli particolari di ogni singola zona vinicola italiana. E ci vorrebbe una regia che consentisse di non buttare via risorse in mille inutili iniziative, come continua ad accadere.

di Daniele Cernilli 02-01-2017