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Firmato DW | Pubblicato in DoctorWine N°229

Buono, pulito e…Ferrarelle?

di Daniele Cernilli 09-10-2017

La sponsorizzazione della Guida alle Osterie d'Italia di Slow Food da parte di Ferrarelle è coerente con taluni atteggiamenti dell'associazione? È possibile affrontare queste e altre tematiche senza essere colpiti da anatemi vari?

Intendiamoci subito: non ce l’ho affatto con la Ferrarelle, che produce una buona acqua minerale che con un po’ meno di residuo fisso sarebbe perfetta. Non voglio neanche stigmatizzare le sponsorizzazioni che, soprattutto in un settore in crisi come l’editoria, sono assolutamente necessarie per far quadrare i conti. Mi permetto semplicemente di osservare che se un’associazione come Slow Food, paladina di parole d’ordine come “buono, pulito e giusto”, “chilometro zero” e fiera sostenitrice della compatibilità ambientale della produzione agroalimentare, si serve per la propria Guida alle Osterie d’Italia di uno sponsor come la Ferrarelle, ci trovo qualcosa di poco coerente. Perché si tratta di acqua minerale confezionata in bottiglie di plastica di difficile smaltimento, perché quelle confezioni sono trasportate per tutta Italia e per molti paesi esteri con camion, cosa che non è il massimo dell’ecofriendly. Nulla di terribile, ovviamente, ma di certo non in linea con le parole d’ordine di quell’associazione.

Mi sbaglio? Oppure vista l’importanza e le benemerenze che Slow Food ritiene di possedere qualunque sua azione deve essere considerata positiva perché va a sostenere il movimento? Un po’ stiracchiate come giustificazioni, non trovate? Ancora più discutibili se poi, come spesso accade, molti esponenti di Slow Food alzano il ditino criticando altri per cose analoghe a quelle che alla fine fanno anche loro.

E non è finita qui. Perché di altri atteggiamenti che in un momento di entusiasmo mi limito a definire “incoerenti” ce ne sarebbero molte altre: Esempi? Su Slow Wine non mi sembra di avere letto di una sola cantina cooperativa, ad esempio. È vero, parte della cooperazione agro alimentare non è commendevole, ma se nella produzione vinicola italiana rappresenta “solo” il 58% del totale non sarà il caso di analizzare il fenomeno? E non è anche vero che quando un’iniziativa viene presa da una grande realtà cooperativa poi va a incidere sulla produzione di migliaia di agricoltori, con un possibile controllo della filiera molto efficace?

Mi spiego, se, ad esempio, una grande cantina sociale lancia linee di produzione “bio”, incentivando i conferitori, ad esempio, con prezzi maggiori pagati per un prodotto che adotti certi protocolli, questo ricade su migliaia di ettari e rende possibile una vasta produzione ecocompatibile. Non è un fatto positivo, in linea con i principi di Slow Food e che andrebbe trattato con maggiore attenzione?

E che dire sulla ricerca scientifica in ambito agricolo e vinicolo. Esistono ormai dei portainnesti che consentono di non usare o quasi l’irrigazione. Esistono vitigni modificati che non sono attaccati dalla botrytis e consentono di evitare l’80% dei trattamenti in vigna. Sono aspetti che potrebbero rivoluzionare in breve tempo la viticoltura internazionale.

È possibile affrontare certe tematiche senza cadere nel rimpianto di una perduta età dell’oro? E senza essere colpiti da anatemi vari? Discutendo, analizzando, valutandone i pro e gli eventuali contro in modo sereno?

Questi sono temi concreti, incisivi, non parole d’ordine ad effetto tanto politically correct che rischiano di diventare un semplice esercizio di ipocrisia e di equilibrismi verbali.

di Daniele Cernilli 09-10-2017
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