Il Montefalco Sagrantino alla prova del tempo. E del carattere

di Francesco Annibali 28/11/17 0 | |

Istruttiva retrospettiva di Montefalco Sagrantino di annate e produttori diversi, in un arco di tempo che va dal 1995 al 2013.

Se c’è un vino italiano che negli ultimi venti anni ha diviso le opinioni di giornalisti e appassionati, quello è il Sagrantino. Un vino molto apprezzato, ma raramente amato, da una folta schiera di consumatori, e parimenti guardato con tepore, quando non addirittura snobbato, da una fetta altrettanto ampia. Negli anni Novanta il Sagrantino assurse addirittura a modello estetico, grazie all’imponente carica polifenolica, in un periodo nel quale il mercato nazionale prediligeva gli estratti sopra tutto.

Guardando a ritroso, la massiccia opera promozionale della azienda Caprai ha avuto un effetto molto positivo su tutto il territorio. Un po’ come la Franciacorta grazie a Ca’ del Bosco e Bellavista.

Molti sono gli interrogativi tuttora in sospeso, in una denominazione che da una parte ha deciso di non utilizzare il sangiovese, che in zona fornisce ottimi risultati, e dall’altra sembra aver sposato acriticamente la causa dei tannini, percepiti dai produttori sempre e solo come un punto di forza.

Per tutte queste ragioni ci siamo avvicinati con grande interesse alla degustazione Il Montefalco Sagrantino nel tempo, ieri e oggi, sorta di verticale corale che dal 2013 scendeva fino al 1995, ad illustrare alcune delle vette espresse negli ultimi venti anni. Organizzata e impeccabilmente guidata, in occasione dell’ultimo Ein Prosit, dal collega umbro Jacopo Cossater, che indaga la zona da anni, la degustazione ha sciolto alcuni personalissimi dubbi sui vini, rivelandosi al di sopra delle aspettative. Tutti i vini hanno infatti dimostrato di riuscire a digerire i tannini nel tempo, e ad acquisire completezza in vetro. Come tutti i più grandi rossi, inoltre, nel Sagrantino l’affinamento smussa l’influsso delle tecniche produttive, che col tempo tendono ad andare in secondo piano, lasciando spazio al territorio e alla varietà.

‘La Montefalco come la conosciamo oggi fu creata da imprenditori che provenivano da altri settori, come Adanti e Caprai, che fecero da traino ai produttori storici’, esordisce Cossater. Negli ultimi anni la botte grande ha preso il sopravvento sul legno piccolo, che in zona costituisce dunque il classicismo, e alcuni produttori stanno iniziando a ragionare di sottozone. Ma si tratta di un discorso in fase embrionale, in una denominazione geologicamente e geograficamente piuttosto uniforme, e con un vitigno che forse non si piega facilmente a restituire le micro variazioni di clima e territorio.

I vini in degustazione hanno mostrato una qualità media elevatissima e la chiara necessità di essere lasciati in vetro almeno fino al decimo anno dalla vendemmia. È indubbio che anche con un notevole affinamento il Sagrantino resti un vino ‘di bocca’, caratterizzato com’è da una gusto ampio quanto solido, e che nella persistenza aromatica - beninteso notevole - non aggiunge molti altri profumi rispetto a quelli del naso.

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