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Note di Degustazione | Pubblicato in DoctorWine N°235

A Porto, non solo Porto

di Flavia Rendina 14-11-2017

A Porto, non solo Porto

Una città conosciuta per il vino liquoroso Porto che però non nasce lì, ma è figlio di tre luoghi diversi.

Porto è quella città europea che in pochi conoscono, che quando dici che ci vai i più ti rispondono “intendi Porto-gallo, vai a Lisbona quindi?”, che non si è ancora capito se si chiama Porto o Oporto (la seconda versione in realtà deriva dalla crasi con l’articolo “o” fatta da spagnoli, inglesi e italiani) e quando alla fine mettono a fuoco ti dicono “ah, vai a bere quindi”. Perché tutti conosciamo Porto per quello che sostanzialmente non è: il Porto. Ma non sappiamo che è una città dove il caffè costa 60 centesimi ed è sempre buono (sempre, anche in quelle trattorie dove pensi non potrebbe mai esserlo, quindi non come in Italia), un “fino” (0,20 cl) di Super Bock 1 € e una minestra 1,50 €. In pratica, un posto dove puoi pranzare con 4 € e cenare (pasto completo) con 8, magari mangiando pure ottimo pesce oceanico.

Dove gli studenti universitari vanno in giro di giorno e di notte in divisa, fasciati nelle loro mantelle nere come gli allievi di Hogwarts (e non è un caso, visto che la scrittrice della saga di Harry Potter, J. K. Rowling, avrebbe soggiornato in città proprio nei primi mesi di stesura del libro, traendo spunto da diversi scorci, come ad esempio la Liberia Lello & Irmão, precisamente riprodotta nella descrizione della biblioteca di Silente); dove i mezzi funzionano perfettamente (ma questo è normale, di solito, fuori da Roma), chiese barocche e catapecchie convivono in curiosa armonia e dove la povertà è tanta, ma il sorriso e la dignità non mancano mai. Ma soprattutto dove, se ti affacci alla Ribeira, il quartiere storico lungo il fiume Douro patrimonio UNESCO, puoi rivivere lo spirito dell’antica città portuale, immaginando il vociare dei marinai, il lancio delle cime e il rotolare dei barili. Una città che, come ogni “porto di mare”, ti accoglie, ma non ti invade, ti osserva ma non ti giudica, proprio come le persone che la abitano, sempre cortesi ed accoglienti ma estremamente discrete.

Dicevamo: tutti conosciamo Porto per il vino liquoroso. Ma il Porto (si perdoni il gioco di parole) non viene fatto a Porto, viene fatto in un’altra città, che sta di fronte a Porto: Vila nova de Gaia. E guai a dire a quelli di Vila Nova che sono di Porto. Un doppio ponte di ferro, il Dom Luiz I, progettato dall'allievo di Eiffel Teofilo Seyrig e inaugurato il 31 ottobre 1886, connette le due cittadine, divise dall’immenso letto del fiume Douro. La ragione del perché il Porto si fa sull’altra sponda è semplice: le naturali curve del fiume fanno sì che Vila Nova sia direttamente esposta alle brezze dell’Oceano Atlantico distante una decina di km, creando quelle condizioni di ventilazione e umidità ideali per l’invecchiamento del vino. Vino che, ricordiamolo, non nasce neppure a Vila Nova de Gaia, ma nella Valle del Douro, regione interna che taglia il quadrato nord del Portogallo e che si sviluppa sulle sponde collinari dell’omonimo fiume, dove la combinazione unica di clima, terreno e vitigno, ha creato le condizioni ideali per una viticoltura parca ma di elevata qualità, che si protrae da oltre duemila anni (da non perdere, se non si ha tempo per una crociera di qualche giorno, il viaggio in treno fino a Pinhão, le cui rotaie corrono lungo tutto il corso del fiume, permettendo di ammirare questo incredibile panorama, riuscita fusione di natura e opera umana e per questo giustamente riconosciuto patrimonio UNESCO nelle sue espressioni più antiche).

Su queste ripide colline, le operazioni in vigneto vengono effettuate esclusivamente a mano e persino la pigiatura per ancora molte aziende (come la Taylor’s, di cui perleremo in un prossimo articolo) è effettuata con i piedi nei “lagar” (vasche in granito), secondo un rituale faticoso, ben disciplinato e solo apparentemente festoso, che garantisce la migliore estrazione di mosto possibile per le tipologie di Porto più pregiate, quali i Vintage. Dopo la vendemmia, i mosti (la cui fermentazione è bloccata dopo 48-72 ore con l’aggiunta per il 20% di aguardente, distillato di vino) stazionano nei tini delle quintas della Douro Valley fino alla primavera successiva, quando s’apprestano ad effettuare il viaggio verso le cantine di invecchiamento di Vila Nova de Gaia. Viaggio che un tempo avveniva via fiume, con i barcos rabelos, le tipiche imbarcazioni portoghesi, oggi rimpiazzate dalle meno romantiche ma certamente più pratiche autocisterne. Arrivato in cantina (il cui aspetto trascende le barricaie a cui si è normalmente abituati, perché le botti, a Vila Nova, sono ultracentenarie e giacciono su pavimenti ghiaiosi, in locali immensi e umidi su piano stradale, la cui temperatura è “controllata” attraverso finestre a tetto, di legno), ciascun vino prenderà il posto che gli spetta, determinato dal tipo di invecchiamento (in riduzione, bottiglia, o in ossidazione, legno) che è stato deciso per lui: nelle vecchie pipe di rovere (botti da 630 l) andrà il Porto destinato a diventare Tawny o il raro Colheita, nei grandi tini (oltre 20.000 l) il Ruby, il White, il Rosé e il Late Bottled, mentre nelle cantine sotterranee, rigorosamente sotto chiave, le bottiglie di Vintage e di Single Quinta Vintage.

L’ultima fase della vita del vinho è appannaggio della città che gli dà il nome, Porto, dove la bevanda, calamita per turisti, viene sbicchierata nei tanti locali che illuminano la Ribeira. Ma soprattutto grazie alla quale, per merito dei suoi infallibili navigatori, il vino liquoroso è potuto approdare sulle più esigenti tavole europee, e non solo, nel corso degli ultimi 300 anni. Figlio di tre luoghi diversi – la Douro Valley che genera le uve e da brava nutrice le svezza; Vila Nova de Gaia che da rigida educatrice accompagna i mosti verso la maturità e, infine, Porto che, come uno zio simpatico e un po’ sopra le righe, li conduce in giro per il mondo – il Porto conserva immutato quel fascino e quel gusto di una tradizione antica, rigida, a tratti sorpassata, ma che, come i suoi tanti volti, dimostra tuttavia che invecchiare bene si può, e anche molto.

di Flavia Rendina 14-11-2017