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La Verticale | Pubblicato in DoctorWine N°205

Felici, la biblioteca del Verdicchio (1)

di Francesco Annibali 11-04-2017

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Intervista con Andrea Felici, un piccolo vignaiolo che sforna grandi Verdicchio dei Castelli di Jesi, affiancato dal figlio Leopardo

La prima volta che degustai professionalmente un Verdicchio dei Castelli di Jesi di Felici andai subito a spogliarlo della carta stagnola che lo anonimizzava, per assicurarmi di non aver commesso l’errore di inserire un Verdicchio di Matelica in una batteria di Verdicchio dei Castelli di Jesi. Era il 2008 o il 2009, il vino in questione la Riserva 2006, agrumata e super reattiva.

Allora quello di Andrea Felici era un nome nuovo di zecca anche per gli addetti ai lavori, ma nel giro di meno di cinque anni sarebbe diventato un piccolo vignaiolo cult.

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Affiancato dal figlio Leopardo, volto ben più noto agli appassionati, dato che tra le altre cose si occupa anche delle pubbliche relazioni e dei rapporti con la stampa, Andrea è un piccolo riassunto di contadino marchigiano: gentile ma appartato, con una dedizione al lavoro e alle vigne assoluti.

“Qui non si finisce mai di lavorare!”, mi fa Leopardo in cantina. Dopo la gavetta nelle sale dell’Enoteca Pinchiorri, si è trasformato in vignaiolo di successo. Alle spalle, bottiglie di Petrus e Chambertin di Leroy, purtroppo vuote, a testimoniare passato e passione.

Siamo nella campagna che unisce Apiro, minuscolo comune dei Castelli di Jesi, alla celebre Cupramontana, ai piedi del monte San Vicino, nell’estremo sud e al contempo nella zona più alta della denominazione insieme ad Arcevia: qui la vigna sale da 400 fino a 600 metri. Qui i terreni sono il risultato dello sfaldamento del monte di Cingoli, sono dunque più calcarei della media della denominazione.

Nel cuore dell’inverno – l'ho incontrato il 31 gennaio – il ricordo di una nevicata di pochi giorni prima.

“Oggi di neve ce n’è poca, la settimana scorsa invece ce n’era quasi un metro. Sarà utile contro la siccità estiva. Così come successe nell’estate 2012, quando le piante si salvarono dalla siccità grazie alle eccezionali nevicate dell’inverno precedente, che avevano donato una notevole Riserva idrica al suolo e al sottosuolo”.

Il Verdicchio di Apiro è figlio di un mix meteorologico tra clima quasi di montagna, grazie proprio alla vicinanza del monte San Vicino (dunque dell’Appennino) e clima mediterraneo: il mare in linea d’aria dista 35 chilometri, e non ci sono rilievi montuosi in mezzo, ma solo la valle dell’Esino.

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Il tutto a formare vini molto freschi e agrumati, praticamente identici nello sviluppo ai Matelica più vibranti (tipo quelli di Borgo Paglianetto e i Belisario in acciaio), ma che finiscono più asciutti rispetto a questi ultimi, più ammandorlati e meno agrumati.

Gli Apiro di Andrea e Leopardo Felici provengono da vigneti di proprietà, nei quali vengono utilizzati diversi portainnesti in funzione del vino che si vuol fare. Oltre a ciò, l’azienda cura anche una vigna figlia di un insieme di piccole selezioni massali succedutesi negli anni, a formare una sorta di ‘biblioteca del verdicchio’, nella quale coesistono diversi cloni ingiustamente abbandonati altrove. Un lavoro potenzialmente preziosissimo, in una zona dove a farla da padrone quasi incontrastato è il clone R2 di Rauscedo. Ma una zona che gode di buona salute, entrata nel cuore degli appassionati di tutta Italia.

"Ma i problemi ci sono anche oggi, a partire dalla grandine", mi fa Leopardo.

Doctorwine: In che senso?

Leopardo Felici: Dal 2008 l’abbiamo sempre patita. Gli anziani della zona non ricordano di averla mai avuta così spesso in passato.

DW: Avete una spiegazione a ciò? C’entra forse il cambiamento climatico?

LF: Più che altro crediamo che tutto dipenda dalla costruzione del lago di Cingoli, che si trova qui vicino e che ha creato un mesoclima più umido rispetto al passato.  

DW: Nonostante questo non credo vi possiate lamentare, questi sembrano gli anni del Verdicchio, e quello vostro gode di notevole consenso tra gli appassionati.

LF: Questo è vero. Anche se dobbiamo lavorare tutti ancora molto. Il disciplinare andrebbe modificato. Dovrebbe essere più elastico per certi aspetti e più severo per altri: andrebbe fatto obbligo di raccogliere a cassette almeno le uve per le selezioni, ad esempio. Non solo.

DW: Cioè?

LF: Andrebbe creata una sorta di Gran Selezione come hanno fatto in Chianti Classico, per fare uscire i Verdicchio migliori quando sono all’apice. È un ragionamento che stiamo facendo con Ondine de la Felde della Tenuta di Tavignano (eccellente produttore di Verdicchio dei Castelli di Jesi di Cingoli, ndr). Vogliamo potere vendere i nostri migliori vini al prezzo che meritano, in modo da poter investire in vigna e cantina. È questo il ruolo che spetta agli imprenditori, no?

DW: Magari Felici potrebbe entrare anche nel mondo delle bollicine.

LF: Esattamente. Ci stiamo pensando. Ma nel caso lo faremmo solo con un prodotto di livello. E fare bollicine di livello significa fare grandi investimenti. E torniamo al punto di prima. Non siamo interessati ad uscire con uno spumante di media qualità solo per sfruttare il momentaneo successo della tipologia.

La chiacchierata si fa interessante, la interrompiamo qui per darvi appuntamento a domani, con la seconda parte dell'intervista e la verticale dei Verdicchio di Andrea Felici.

di Francesco Annibali 11-04-2017